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cosato da InTheCut alle ore 15:42
giovedì, 24 luglio 2008

Non ha un sapore particolare, nè un odore che riconoscerei, ma le strade si snodano in tornanti, stese come nastri accanto alle cascine sociali.

Anche se è quasi agosto il paese è avvolto dalle nuvole, e vorrei sparire per non sentire più la tua erre moscia e le mani che cercano un contatto e poi scivolano nel vuoto.

Mi siedo alla tua tavola sentendomi una bestia da circo sotto gli occhi dei parenti, e sembro quella che non sono, come sempre, o forse come sempre è solo illusione.

La vecchia dagli occhi che non guardano ma vedono, scivolata sulla sedia nel suo abito a fiori, ha l' aria assente ma mi ascolta, e nella tensione della stanza domanda, facendo vibrare la voce: un alito di debolezza.

Troppo Tavor, non riesce a camminare.

Ci sono macchie di umidità su tutti i muri, c'è un bagno dalle piastrelle rosse incrostate di calcare e la mansarda coi materassi sfondati e mobili e oggetti che puzzano di stantio, orrendamente adorni di ricordi sconosciuti.

E' gente che sta insieme nella stessa stanza senza parlare: solo qualche accenno sui morti incidentati della settimana. Penso che la loro vita sia triste e loro pensano la stessa cosa della mia, senza conoscermi.

Guardando quelle facce meste, i discorsi farraginosi, gli abiti dimessi e il cibo sciapo nel piatto a me pare di annusare le loro vite povere di tutto, e con tutti i sensi di cui dispongo.

E nel soffritto per il risotto noi ci mettiamo l' aglio.

Mi dà un po' di pace la luna, appena sfornata nella cornice della finestra, ruota di pane misto sopra l' apice del bosco. Mi piacerebbe ci fossimo solo io e lei, coi suoi crateri friabili e la luce da abat-jour nel cielo ancora chiaro.

Io e la luna a testa in giù, tra i fumi del fumo,

e niente mani che cercano vicinanza.

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cosato da InTheCut alle ore 18:05
lunedì, 25 febbraio 2008

 

Sfogliando e sfogliando si arriva al cuore... del carciofo.
Lama flessibilucente ti spalma sul piatto, e come, come vorrei schiacciarti senza nessuna pietà.
Spremere la dolce polpa dal sapore che è il presente del bolo passato.

 

[18/01/06]

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cosato da InTheCut alle ore 16:45
lunedì, 25 febbraio 2008

Ho fissato queste parole da vicino, senza metterle a fuoco, e sono diventate belle.

Da un mucchio di stupidaggini buttate lì per rimanere sveglia ancora un po' si sono trasformate in mobili nuvolette in un cielo bianco carta, da afa estiva.

Testa rovesciata, come lasciata cadere sullo schienale della panchina, al sole, sciolta a guardare come in sonno le nuvolette quasi liquide per il caldo, e come in sonno perderne i contorni e vedere oltre.

Nuvolette delicate mi passano sopra, stesa, avvolta nel calore della panchina di cemento, incurante delle zingare, degli spacciatori, dei malviventi.

Malviventi? E chi vive peggio di me?

Sono una malvivente che si gode il sole estivo aspettando l' ora di salire su chissà che treno, per andare non ricordo più dove.

Ma parla con la helper.

La helper è una signora della Milano bene che guarda con troppa insistenza il mio avambraccio sinistro.

Chiamami quando vuoi...

Milano bene.

Pisa che conta.

E io continuo a malvivere...

 

[02/01/08]

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cosato da InTheCut alle ore 16:24
mercoledì, 02 gennaio 2008

18 Dicembre 2007

 

Solito treno che mi porta alla stazione Cadorna, mentre leggo un tuo sms.

Non sono più una bambina, anche se le mie braccia sono sottili quasi come allora e potresti anche spezzarmele.

La signora al di là del corridoio, sottile e avvolta in un pastrano color cammello, guarda la sua immagine riflessa nel finestrino mutato in specchio dal buio che è sceso la fuori, non più di 15 minuti fa.

Il mio viso indifferente, nel finestrino che riflette la signora secca e compassata, ora di profilo.

Fermata a S., la stazione di rosa vestita e frequentata da gay la notte.

Sulla banchina, ragazze avvolte nei loro colli di pelliccia, che incorniciano quell' espressione tra lo scazzato e il disgustato. Rassicurante come poche cose al mondo.

Meno lo è la tua, che sorridi mostrando la lingua e tutti quei denti da una foto, in un' accesso di euforia.

[Mi piace pensare che, qualunque cosa succeda, non sono costretta a rimanere qui.]

Passa senza fermarsi dalla minuscola stazione di G.S., quasi sempre deserta.

Cerco nel caos della mia borsa il portafoglio, mi serve una moneta da un euro per il biglietto del metro, anzi due.

Una volta scesa non avrò il tempo di accendermi nemmeno una sigaretta.

Supera troppo lentamente Quarto Oggiaro coi suoi agglomerati di cemento e finestre depresse.

...Ricordandovi di recuperare i vostri bagagli... see you aboard on Malpensa express.

[...] 

Nella dala d' aspetto del dott. prof. K. un tizio dai capelli cubisti legge sbracato sulla poltrona "Storia controversa dell' inarrestabile fortuna del vino aglianico nel mondo".

Una biondina stridula indossa una camicia di seta da 400 euro...

Libera nos a Malo.

Forse c'è papune...

Calmati Cesare!

E Cesare, oltre a non calmarsi, non si cura minimamente d' avermi messo la suola delle sue sciccosissime Kickers sulla gonna, agitandosi.

Non si cura di tener puliti i suoi vestitini Armani Junior e si butta per terra cercando di attirare l' attenzione della madre.

Mi guarda serio, gli sorrido e intanto penso che forse mi sono calate di nuovo le calze.

Adesso, sono una bambina anch' io.

 

[...]

 

Sul treno del ritorno.

Guarda che vengo a vederti alla recita giovedì, l' ho detto anche a papà

Papà alle sei meno dieci ti porta a nuoto, perchè ho una pizza con le mie colleghe

Tutto bene a scuola sì? Mi stanno finendo i soldi, devo riattaccare... un bacione, Amore.

Dai sedili blu stinti di questo scompartimento, dello stesso colore polveroso, riaffiora come un relitto la gonna di velluto che indossavo nell' unica recita scolastica natalizia di cui abbia memoria.

1992: nel caldo soffocante di un' aula mai vista prima, nella mia scuola, le maestre ci infilavano fin sotto le ascelle le gonne di velluto blu, da pastorella.

Qui bisogna stringere, sei talmente secca che la gonna non ti sta su.

Nell' angolo del soffitto vicino all' armadietto occhieggiava una grossa macchia di umidità.

Dovete stare ferme e sorridere. Davanti a voi, a gattoni, staranno le "pecore"

Le ugole d' oro invece cantavano davanti all' organo Hammond, e io avrei dato qualsiasi cosa per avere la voce di A e poter stare davanti all' organo Hammond.

Impalata a 5 metri dalla folla di genitori sorridenti.

La seconda sera, replica... ho intravvisto mia nonna e ho sorriso per una frazione di secondo.

Sotto la gonna non ci sono più i fuseaux verde ramarro con la staffa, ai piedi niente scarpe correttive, ma io sono ancora là.

Ripercorro a ritroso, e mi rivedo raggricciata sulla piccola scrivania traballante, chiusa nella mia cameretta, intenta a scrivere e a convincermi di cose impossibili, nel tentativo molto goffo ma anche molto orgoglioso di leccarmi le ferite in solitudine.

Sono sola nello scompartimento, dopo aver superato la stazione che porta il nome di una mia bambola dai capelli rossastri e un po' ispidi, come i miei... la odiavo.

Chiamala Serenella.

Arrivata.

[Coglimi mentre ritiro il quadernetto in borsa, mentre mi tremano le mani per l' emozione e quando agito le gambe in sonno.

Coglimi.]

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cosato da InTheCut alle ore 11:47
martedì, 01 gennaio 2008

17 Dicembre 2007

 

Al telefono mi pregavi di andare a mangiare i petti di pollo impanati assieme ai miei genitori, in soggiorno.

Era estate, e la tua voce così calda e rassicurante attraverso la cornetta umida di sudore dava sollievo.

Forse era Agosto, e non pensavo che le nostre esistenze si sarebbero incrociate per quel po' di tempo, e a quella maniera.

Per quel po' di tempo, quasi un nulla, ma sufficiente per sentirne la mancanza.

Vorrei non averti reincontrato mai.

Adesso cosa stai facendo? Ti fumi una sigaretta giù in giardino o in terrazza, con questo gelo che mi pare di sentirlo fin dentro le ossa.

Ti fumi una sigaretta, e non ti manca nulla, nulla più di quel che ti è sempre mancato.

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cosato da InTheCut alle ore 13:48
lunedì, 31 dicembre 2007

 

Sabato che odora di fogna, di pelle arsa dal sole, che puzza di salina, per quanto mi lavi sotto quella doccia prepotente.

Meno di 24 ore al ritorno, e forse domani a quest' ora sarò già vicina a casa.

E pingue già per l' Ernani.

Steatopigie senza esser veneri si allungano al sole nella serra, ricoperte di fango come mostri lacustri.

Grandi seni non più gravidi di vertigine, sciolti su quei corpi che sembrano budini.

Tremolano, sul finire del giorno, le donne-budino, agguantando spugne, avvolgendosi in enormi teli, galleggiando tra le bolle delle vasche idromassaggio, soffregando con la spazzolina le unghie nere di fango.

Una sigaretta, due, nel solarium, vestita di fango nero, col vento che mi gela.

I tratti beffardi e sornioni di Antonello da Messina, li ho incollati al viso del maître. Triste, nonostante il sorriso arancione della sua cravatta.

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cosato da InTheCut alle ore 13:41
lunedì, 31 dicembre 2007

Porto il solito berretto nero sintetico che fu in parte artefice di una settimana di disperazione.

Adesso mi serve per richiamare il sonno nella mia testa, stanca di sole, di camere d' albergo anguste, dei miei vestiti profughi su una sedia.

E le docce, alte e inamovibili, non le posso piegare alla mia volontà, nè convincere a diventare miti docce a telefono, di quelle col saliscendi...

Palpebre a mezz' asta ancora una volta, la mia sonnolenza chimica che non produce sbadigli.

La strada per le terme ingenera ansia, e colgo una vaga somiglianza tra queste zone e i dintorni di P.

Ci si fermava a C.P. alla solita trattoria di cui non ricordo il nome.

La mano che andava così spesso ad incontrare la mia, in una sorta di rigidissimo minuetto sempre uguale.

Mesi dopo, a C.P. ci fu un incidente mortale. Speravo ci fossi tu su quella macchina.

Ho fatto quel che mi sentivo di fare.

Il tiramisù che avevo fatto per te implorava di essere gettato con violenza su una parete qualsiasi di casa mia.

Ma tu, pareti candide in casa mia non ne hai viste mai.

Hai guardato con schifo il mio vecchio cane, non l' hai accarezzato.

Le brioches che mia madre ti faceva trovare pronte per colazione assieme al caffè e al latte... anche quelle ti puzzavano di miseria, vero?

La miseria un po' patetica di una madre che ti portava su un palmo di mano, e poi ti ha ha scagliato nella merda.

O forse la sensazione codarda di non meritarsi attenzioni del genere.

Non ti fermi a dormire a casa mia, sei stanco, hai detto... ho capito un po' in ritardo di cos' eri stanco, ma l' ho capito.

...

Col suo russare, il vicino di stanza pare stia distruggendo le piramidi, sembra un cancello arrugginito che cigola.

Sara apre la cripta, e cenere è il suo viso.

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cosato da InTheCut alle ore 22:34
domenica, 21 ottobre 2007

 

Anche in sogno, come succedeva davvero, non mi dai mai ragione.

Ho confuso un piano con l' altro, una scala con un' altra, e come allora mi irridi, con quella faccia che non è più la tua da tempo, ormai.

La tempera celeste si solleva in bolle dall' intonaco umido del soffitto, anche se le pareti avevano il colore e la consistenza di quelle degli ospedali: ocra gialla lucida.

Eppure non aveva quel sapore sporco andare e tornare ogni giorno; di bello c' era che la stampante impazzita stampava ad un ritmo forsennato le ondine di Klimt. Questo, una volta a casa.

Radio accesa.

Tupelo honey in testa, e miele che invade arterie vene capillari. Croissant al miele integrale (o croissant integrali al miele?) che mercoledì o martedì scorso al bar del Tribunale erano finite e ho ripiegato su una brioche alla marmellata. Triste, sgonfia, collosa.

Lontana centinaia di chilometri da quelle alla ricotta, sode, da quelle straripanti crema pasticcera, sofficinnevate.

E lontana centinaia di chilometri anche da tutto il resto che sai e che sei.

Le prendo tutte e tre. Se anche ci fossero stati sguardi di disapprovazione, non li avrei notati.

Adesso che mi scompongo adagiata sulla sedia, gli occhi pieni di sonno chimicamente indotto, non sento, non percepisco più chiaramente nulla, nè fuori nè dentro di me [...io capisco che il fragilissimo filo che mi ha tenuto insieme tutti questi anni...]

Molle e destrutturata, cuscini celesti che non stanno al loro posto mai, e scivolano.

Celeste scomposto. E' l' ultima delle tavole "delle macchie", e anche la mia preferita, adesso ancora di più perchè è l' esatta rappresentazione del galleggiamento a tratti annaspante della mia lucidità. Vi avevo individuato un corpo umano scomposto. Soli organi interni, qua e là, in logico disordine, alle ore 12.49

Polmoni rosa, tube di Falloppio e ovaie che sembrano fiori, piccolo utero, minuscola vagina [...che tanto dispiace a Papa Ratzinger...]

Ormai i riflessi sono al lumicino e i tasti della tastiera, sempre i soliti, li guardo con orrore perchè sembrano aver guadagnato in profondità.

Ho una sigaretta accesa in mano e sempre più spesso dimentico di fumarla, e la lascio lì a consumarsi in festoni di cenere. American spirit? Ma pure quelle bruciano da sole?

Prima di entrare nello stanzino freddo e raccolto, ho aspettato in una sala gialla dipinta di fresco, grande e luminosa. Cassa armonica per il suono dei miei passi, mi piace da sempre.

Atmosfera rarefatta da ospedale, se non che, qua e là, s' incappa in qualche miseria... un giardino allo stato brado, sporcizia sui bianchissimi infissi, le urla dei pazzi che arrivano come portate dalla brezza da un altro padiglione.

"E qui cosa vede?"

Danzatrici bambine di epoche lontane, in melma pedofila.

"Qui?"

Enorme essere mostruoso dalla minuscola testa di rettile (con richiami all' antico egitto), siede su uno sgabello levando le gambe in alto, quasi a mostrare quei suoi due piedi abnormi.

Quasi dormo... e nell' humus del sonno-veglia fermentano macchie marroni diventate reni, linee scure+macchia rosso carminio evolutasi a gabbia toracica ove alberga un cuore ipertrofico, scarabocchi simmetrici che prendono le sembianze di animaletti mitologici intenti a rosicchiare qualcosa che li divide. Rane che saltano. Macchia che prima è lupo e poi sale di rango fino a diventare due seminatori incappucciati, e tra loro, la cesta per la semenza fatta degli stessi denti del lupo.

Gli occhi vogliono chiudersi

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cosato da InTheCut alle ore 12:11
giovedì, 04 ottobre 2007

 

Passa mentre siedo nello scompartimento semivuoto, strofinandosi contro le brutture di Milano.

Il palazzo blu a piastrelle mi dice che sono quasi arrivata in stazione; buie e polverose le rimesse degli autobus coperte da eternit e onduline sottocoppo, senza coppi.

Passa sotto il tuo naso sciogliendosi nell' aria, l' ora blu che mi porto addosso anche quando fuori è già scuro.

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cosato da InTheCut alle ore 17:40
lunedì, 13 agosto 2007

A testa insù, a guardare il cielo di Milano  che sembra un pavimento sporco. Matassine di polvere che slittano oltre il bianco del muro, paiono impregnate di sangue.

Tra sigarette sempre più insipide, discorsi sconnessi e lingue di cartavetro, rischiara; le matassine cupe tornano ad essere batuffoli di zucchero filato,  il pavimento sudicio si fa pulito e celeste, così io.

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